L’appello, promosso da Fondazione MeNO, Sapienza Università di Roma, Fondazione Merz, An-Najah National University e una rete internazionale di studiosi e artisti, richiama l’attenzione sulla tutela del patrimonio culturale palestinese, tra memoria, archivi, biblioteche, siti storici e percorsi di ricostruzione.

La firma a Torino

L’ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia, Mona Abuamara, ha aderito a “Memory Under Siege”, la call for action internazionale per la tutela del patrimonio culturale palestinese promossa da Fondazione MeNO, Fondazione Merz e dalle università Sapienza di Roma e An-Najah di Nablus. La firma è stata ufficializzata a Torino il 24 settembre, in occasione del talk organizzato da Fondazione MeNO nell’ambito del public program della mostra “Gaza. Il futuro ha un cuore antico”, al quale l’ambasciatrice è intervenuta come relatrice.

Roberto Albergoni e Mona Abuamara durante il talk Memory Under Siege a Torino
Roberto Albergoni e Mona Abuamara durante il talk alla Fondazione Merz.
Mona Abuamara firma la call for action Memory Under Siege a Torino
La firma dell’ambasciatrice Mona Abuamara alla call for action.

All’incontro, moderato da Roberto Albergoni, presidente della Fondazione MeNO, hanno preso parte anche Omar Khatib, presidente di ICOMOS Palestine e fondatore di Palestinian Tangible Heritage Coalition; Beatrice Merz, presidente della Fondazione Merz; Amer Shomali, direttore del Palestinian Museum; la giornalista e storica Paola Caridi; e la presidente del Consiglio comunale di Torino Maria Grazia Grippo, che ha portato il saluto della città ufficializzando a sua volta l’adesione alla Call. È intervenuta con un videomessaggio anche Nela Riehl, europarlamentare e presidente della Commissione per la cultura e l’istruzione (CULT) del Parlamento europeo, tra i primi firmatari del documento.

«C’è una chiara strategia che elimina non solo il patrimonio materiale riconosciuto, ma che cambia i nomi delle strade per cancellare la memoria. Occuparsi di tutto questo è un dovere della comunità internazionale, e anche delle istituzioni laddove hanno la sensibilità per esporsi in queste situazioni».

Roberto Albergoni

La testimonianza dell’ambasciatrice

«Firmare una call for action non è qualcosa che di solito fanno gli ambasciatori», ha detto Mona Abuamara. «È più una cosa da attivisti. Ma il motivo per cui ho sentito che era importante aderire è soprattutto per l’appello alla responsabilità che contiene. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di citare la Palestina per risolvere questa guerra. Basterebbe applicare il diritto internazionale e tutto si sistemerebbe. Solo che questo non accade. Un appello all’azione richiama alla responsabilità per le violazioni di quelle leggi che gli Stati occidentali hanno creato per avere un ordine internazionale basato sulle regole, e che per i palestinesi sembrano non valere».

Abuamara ha raccontato la storia della propria famiglia, espropriata dalla Palestina storica. La famiglia del padre era di Giaffa e fu spinta verso Gaza; i genitori della madre, originari di Safad e Haifa, furono costretti a partire per il Libano. Nata in Libano e cresciuta nel campo profughi di Tripoli, l’ambasciatrice ha spiegato come la storia e l’identità palestinese le siano state trasmesse attraverso i racconti familiari, insieme al dolore dello sradicamento e alla difficoltà di riconoscersi quando si è separati dal proprio luogo d’origine.

Memoria, terra e futuro

L’ambasciatrice ha sottolineato che, per avere un futuro, bisogna poter restare sulla propria terra. «L’assedio non è solo sul nostro popolo, è sulla nostra cultura, il nostro patrimonio, la nostra verità», ha affermato. La distruzione non riguarda soltanto le persone, ma anche le tracce della loro esistenza: case, villaggi, nomi, paesaggi e luoghi della memoria.

La call La mémoire sous assaut nasce proprio dalla necessità di riconoscere la tutela del patrimonio culturale palestinese come responsabilità internazionale. Archivi, biblioteche, musei, siti storici, pratiche artistiche e memorie collettive costituiscono un ecosistema indispensabile affinché una comunità possa riconoscersi nella propria storia e immaginare il proprio futuro.

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